Emanuela Iacchia

Emanuela Iacchia

Psicologa e psicoterapeuta dell'età evolutiva

Chi è

Svolge attività clinica e formativa e conduce, come psicologa, corsi pre parto e post parto per genitori. Molti i suoi scritti legati alla psicologia dell’età evolutiva. Dal 2000 collabora come consulente del Chicco Research Center per fornire indicazioni sugli itinerari di sviluppo del bambino, le implicazioni emotive, relazionali e cognitive utili per l’ideazione e la realizzazione di giochi e di guide per l’infanzia.


Ruolo Professionale

Ruolo Professionale

  • Psicologa e Psicoterapeuta dell'età evolutiva
  • Docente universitario presso Università LUDES di Lugano, corso di laurea in Psicologia
  • Direttice Scientifica della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia di Torino STPC
Formazione

Formazione

  • Laurea in Psicologia
  • Specializzazione in psicoterapia Cognitiva Comportamentale

I bambini imparano più da come ci comportiamo, che da cosa diciamo e insegnamo.

Emanuela Iacchia Psicologa e psicoterapeuta dell'età evolutiva
LO SAI CHE

LO SAI CHE

Risposte brevi alle domande più attuali e più richieste dai genitori

Molti genitori proiettano sui figli aspettative eccessive, sognando per loro un futuro da campioni. Il bambino sviluppa l'idea che è, e deve continuare a essere, il migliore di tutti. Un peso notevole da trascinare dentro, che comporta fatica, stress e nervosismo. Pur senza venir meno al ruolo di sprono ai figli e senza perdere l'attenzione ai risultati, bisogna puntare piuttosto sull'impegno che il bambino mette nel fare cose: alla fine di una gara, ad esempio, la prima domanda non dovrebbe essere il punteggio raggiunto, ma piuttosto come è stata vissuta l'esperienza, le sensazioni provate, se si è divertito. Evitare di sovraccaricare l'agenda del bambino, garantendo spazi di gioco libero e riposo, anche a costo di annoiarsi un po'. Inoltre, i genitori devono normalizzare l'errore, insegnando che lo sbaglio è una tappa naturale dell'apprendimento. Ogni attività, pur richiedendo un certo grado di impegno, non deve mai perdere la sua componente ludica e deve rispecchiare l'entusiasmo autentico del piccolo. Il successo arriverà spontaneamente soltanto se il bambino sarà realmente portato per quella determinata disciplina, se proverà gioia nel praticarla e se avrà il desiderio di migliorarsi. 

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I “no” fanno crescere i bambini, perché insegnano loro che esistono dei confini precisi da non oltrepassare se si vuole ottenere il rispetto degli altri: Insegnare ai propri figli questi limiti significa crescere persone consapevoli, equilibrate e sicure di sé. Il primo segreto per saper dire di no consiste nell’essere profondamente convinti della necessità di porre quella determinata regola e dell’importanza di farla rispettare sempre. Secondo aspetto è stabilire fin da subito cosa si può e cosa non si può fare, anticipando le situazioni esprimendole in modo preciso perché difficilmente i bambini incassano un “no” al primo colpo: al supermercato non si comprano giocattoli, in strada non si corre, a tavola si sta seduti fino alla fine del pasto, e così via. Infine, il “no” deve mirare a costruire l’autostima del bambino e non a distruggerla. Bisogna quindi fare attenzione a come si pone il divieto, che deve essere focalizzato sull’azione o sull’oggetto in questione e non sulla persona, la quale deve essere il più possibile valorizzata. “Tu sei un bravo bambino, ma buttare acqua in giro, non si fa”. 

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La notizia di una gravidanza gemellare genera gioia ma anche ansia, paura e il timore di non farcela. È fondamentale accettare questa ambivalenza iniziale e darsi il tempo necessario per elaborare la novità. Il supporto pratico e psicologico di familiari, amiche e figure professionali è indispensabile per non sentirsi inadeguate. L'allattamento al seno, sebbene meno frequente con i gemelli, è fortemente auspicabile per la salute dei neonati. Il timore di non dare pari attenzioni si supera rispondendo ai bisogni specifici e individuali di ciascuno. Infine, bisogna valorizzare la loro unicità evitando appellativi collettivi, e riservando vestiti, spazi personali e piccoli oggetti esclusivi. Un altro trucco è creare uno “spazio dei segreti”: un cassetto o una scatola per ogni bambino, a cui solo lui o lei può accedere. 

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No, non è vero che i bambini non devono avere paura. Alcune paure sono insite nell’ uomo sin dalla nascita. È innata la paura di cadere e la paura dell’abbandono. A partire dai quattro mesi un certo numero di bambini reagiscono alla presenza di una persona estranea e dagli otto mesi si farà sentire la paura della separazione. E’ verso la fine del secondo anno di età che improvvisamente fa capolino il timore dei piccoli animali, poi è la volta del buio e delle immagini fantastiche e a volte paurose che raggiungono la punta massima tra i cinque e gli otto anni. Le paure si presentano nei periodi di nuova e più intensa attività di apprendimento. Il compito dei genitori non è evitare che i bambini provino timore, ma aiutarli a capire che non esiste nessun pericolo in conseguenza delle situazioni che essi temono. I genitori devono comprendere che le paure fanno parte della crescita, altrimenti ne possono rimanere personalmente coinvolti e aumentare l’effetto negativo sul bambino. È di fondamentale importanza che ci sia “un altro” a cui raccontare le proprie paure, un cuore e una mente che possa accoglierle sempre. 

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Per le mamme, la vita dopo la maternità è a un bivio. Quello che è appurato è che una donna felice e realizzata, che sia casalinga o dirigente, mamma a tempo pieno o impiegata part time, cresce meglio i suoi figli. Non bisogna generalizzare ma ci sono in gioco tantissimi fattori ed ogni situazione è a sé. Osservando mamma e papà esercitare con passione i loro mestieri, i bambini imparano che lavorare è un’azione naturale e che conciliare le due aspirazioni di vita non è un’impresa impossibile, né per i maschi né per le femmine. Con questa consapevolezza saranno più motivati a credere in sé stessi, a coltivare le loro aspirazioni e a trovare il loro posto nel mondo del lavoro. Attenzione, però, dopo la maternità la donna ha nuove esigenze, sia fisiche che mentali: si stanca prima e con più facilità. Specialmente nei primi periodi, poi, ha la sensazione di non essere mai al posto giusto: ci vuole un po’ di tempo per raggiungere un equilibrio ideale tra il bisogno di accudimento e il desiderio di realizzazione personale. 

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di Emanuela Iacchia Psicoterapeuta dell'età evolutiva

Baci, abbracci, carezze, essere tenuti in braccio e il semplice contatto fisico con una figura che ci vuole bene, rappresentano forme quotidiane di relazione che, soprattutto nei primi anni di vita, possono assumere un significato che va ben oltre l'affetto espresso. Il bambino piccolo dipende infatti dagli adulti per la regolazione di numerose funzioni: non soltanto per l'alimentazione, il sonno e la protezione fisica, ma anche per la gestione dell'attivazione emotiva, dello stress e della paura. In questo contesto, il contatto affettuoso può costituire uno degli strumenti attraverso i quali il bambino sperimenta sicurezza, vicinanza e disponibilità dell'adulto.

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