Chi è
Pedagogista con oltre 40 anni di esperienza, mamma di 4, supervisore pedagogico, formatrice e autrice. Da più di 10 anni collabora con il Chicco Research Center per la linea giocattoli.
Ruolo Professionale
- Pedagogista
- Autrice e formatrice
- Supervisore pedagogico di asili nido e scuole dell'infanzia
Formazione
- Laurea in pedagogia
- Due abilitazioni all'insegnamento
- Diploma post laurea - Modificabilità cognitiva strutturale
Mi prendo cura degli adulti che educano bambini
LO SAI CHE
Risposte brevi alle domande più attuali e più richieste dai genitori
"Alla sua età dovrebbe mangiare da solo." Quante volte ce lo siamo sentiti dire? L'autonomia a tavola è un traguardo importante, ma non è una gara né una linea retta: procede per piccole conquiste e passi indietro fisiologici.
Ci sono momenti in cui dare una mano ha senso: quando il bambino è stanco o non sta bene, quando attraversa un cambiamento (fratellino, nido, trasloco) e cerca più cura, o quando un cibo è ancora troppo difficile da portare alla bocca. Imboccarlo non lo fa "regredire": risponde a un bisogno reale di vicinanza e sostegno.
La questione non è se aiutare il nostro bambino, ma come. Anche mentre lo imbocchiamo, possiamo lasciargli un cucchiaio o qualche pezzetto da prendere con le mani, seguire i suoi segnali di fame e sazietà senza insistere e, passato il momento delicato, riproporgli di fare da sé. L'autonomia cresce meglio sul terreno della fiducia.
"Tato", "appa", "bibi": il linguaggio dei piccoli è pieno di parole semplificate, e va benissimo così. Pronunciare i suoni in modo approssimativo è una tappa normale dello sviluppo, perché apparato fonatorio e orecchio stanno maturando.
Chiedere "ripetilo bene" o fingere di non capire può sembrare uno stimolo, ma spesso otteniamo l'effetto opposto: il bambino sente che il suo tentativo non è stato accolto e può scoraggiarsi o parlare meno.
Funziona meglio la riformulazione. Se il bambino dice "Guadda, il tatto!", l'adulto risponde "Sì, è proprio un gatto! Un gatto nero." Nessuna correzione, nessuna richiesta di ripetere. Il bambino ascolta il modello giusto in un contesto piacevole e, con i suoi tempi, lo farà proprio. Sono molto utili anche letture condivise e filastrocche.
Se il dubbio persiste, confrontarsi con pediatra o logopedista è una scelta serena, mai un allarme.
Per generazioni ci è stato detto che prendere in braccio un neonato che piange significava "viziarlo". Oggi sappiamo che non è così. Il pianto del neonato è il suo unico modo per dire "ho fame", "ho freddo", "sono stanco", "ho bisogno di te".
Quando l'adulto risponde con una certa costanza, il bambino impara che il mondo è un posto affidabile e che i suoi bisogni contano. È su questa base che si costruisce un attaccamento sicuro, e così crescendo, il bambino diventerà capace di autoregolarsi e di stare da solo.
Rispondere non significa riuscire sempre a far smettere il pianto. A volte non capiremo cosa c'è che non va, ma conta la presenza: una voce calma, un contatto, il messaggio "sono qui con te".
E se la stanchezza si fa sentire, è legittimo mettere il bambino nella culla e prendersi qualche minuto per respirare, o chiedere il cambio. Prendersi cura di sé fa parte della cura del bambino.
Si butta a terra al supermercato, urla perché il biscotto si è rotto, piange disperato perché è ora di uscire dal parco. Vista da fuori sembra una sfida. Vista da dentro è tutta un'altra storia.
Nei primi anni le aree cerebrali che governano le emozioni intense sono molto attive. Quelle deputate a calmarle, pianificare e gestire la frustrazione sono ancora in costruzione e lo resteranno a lungo.
Per questo ha bisogno di un adulto che gli presti la propria calma. Si chiama co-regolazione. Significa restare vicini, abbassare la voce, dare un nome a ciò che prova ("Sei proprio arrabbiato, volevi restare ancora") e aspettare che la tempesta passi.
Accogliere l'emozione non significa cancellare il limite. Il biscotto resta rotto e al parco si torna domani. Cambia il clima in cui il limite viene vissuto.
Ogni crisi attraversata insieme è una piccola lezione di autoregolazione.
Il gioco autonomo è una delle esperienze più ricche dell'infanzia.
Quando gioca da solo, il bambino segue i propri tempi e idee. Sperimenta, sbaglia e riprova. Sviluppa concentrazione, creatività e capacità di risolvere problemi. E scopre di poter stare bene con sé stesso.
Anche la noia ha un valore. Quel momento di vuoto in cui "non c'è niente da fare" è l'anticamera dell'invenzione: una scatola diventa un'astronave, un cucchiaio di legno diventa un microfono.
Il nostro ruolo non sparisce, ma cambia forma. Possiamo preparare un ambiente sicuro, con pochi materiali aperti e versatili (costruzioni, stoffe, oggetti comuni, fogli e colori). Possiamo restare disponibili, nella stessa stanza, senza intervenire. Con i più piccoli si parte da pochi minuti, allungando gradualmente.
Un adulto che sa fare un passo indietro trasmette un messaggio potente: "Mi fido di te e delle tue capacità."







