La posizione della lingua nello sviluppo del bambino

Anche quando il bambino non parla, non mangia e non deglutisce, la sua lingua assume una posizione definita “di riposo”. Questa posizione non riguarda soltanto la bocca: si inserisce nell’equilibrio tra respirazione, muscoli del viso, deglutizione e crescita. Quando la lingua appoggia sul palato, cioè sulla parte superiore della bocca, contribuisce all’equilibrio delle forze che accompagnano lo sviluppo delle arcate dentali. Quando, invece, rimane abitualmente in basso, questo equilibrio può modificarsi. Nello studio di Stahl e collaboratori del 2007, una posizione bassa della lingua è stata rilevata nel 36,3% dei bambini in dentatura decidua (denti da latte). Tale posizione della lingua va osservata in dinamica, insieme al modo in cui il bambino respira, mastica, deglutisce e pronuncia i suoni. È importante considerare anche la qualità del sonno: eventuali difficoltà respiratorie notturne possono avere ripercussioni sul benessere durante il giorno, sull’attenzione e sull’apprendimento. Per i genitori, conoscere questi collegamenti non significa dover riconoscere da soli un problema. Significa, piuttosto, imparare a osservare alcuni segnali quotidiani e condividerli con i professionisti che seguono la crescita del bambino.

Luigia Ricci

di Luigia Ricci Logopedista

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La lingua sul palato: un punto di equilibrio per la crescita

Dove si trova la lingua quando il bambino è tranquillo e non sta usando la bocca per parlare o mangiare? È una domanda semplice, ma può aiutare a comprendere un aspetto importante dello sviluppo.

Nella posizione di riposo descritta come fisiologica, la punta della lingua appoggia nella piccola zona del palato subito dietro gli incisivi superiori, mentre la parte centrale e posteriore si dispone verso il palato. Questa posizione si accompagna alla respirazione attraverso il naso e a una chiusura delle labbra senza sforzo.

Nel mio lavoro di logopedista, da vent’anni dedicato alle funzioni della bocca, ho imparato a non osservare la lingua come un muscolo isolato. Il suo funzionamento, infatti, si collega a quello delle labbra, delle guance, della mandibola e della respirazione. Tutte queste parti lavorano insieme, in continuo dialogo con il sistema nervoso.

La lingua ha una caratteristica particolare: può cambiare forma e muoversi in molte direzioni mantenendo pressoché lo stesso volume. È ciò che gli studiosi chiamano “idrostato muscolare” (Kier e Smith, 1985). In termini semplici, è una struttura formata da muscoli che riescono ad allungarla, accorciarla, sollevarla e modificarne la forma senza il sostegno di uno scheletro interno.

Le pressioni esercitate dalla lingua, insieme a quelle delle labbra e delle guance, partecipano all’equilibrio delle strutture della bocca durante la crescita. Per questo non conta soltanto come la lingua si muove quando il bambino parla o deglutisce: conta anche dove rimane nei momenti di riposo.

Il palato, inoltre, non è una superficie priva di sensibilità. Nella zona dietro gli incisivi superiori sono presenti numerose terminazioni nervose, capaci di raccogliere informazioni sul contatto e sulla pressione. La ricerca anatomica di Halata e Baumann (1997), richiamata in questo ambito, descrive diversi tipi di recettori sensoriali nel palato.

Quando la lingua tocca questa zona, invia informazioni al sistema nervoso attraverso il nervo trigemino, uno dei principali nervi che raccolgono la sensibilità del viso e della bocca. Questo contatto si ripete molte volte nel corso della giornata, anche durante la deglutizione della saliva.

Il rapporto tra sensibilità della bocca, controllo dei muscoli e attività del sistema nervoso aiuta a capire perché la lingua non possa essere considerata separatamente dal resto del bambino. I collegamenti con i sistemi che regolano lo stato di veglia, il sonno e l’attenzione sono complessi: non significa che appoggiare la lingua sul palato, da solo, migliori automaticamente queste funzioni.

Il messaggio da ricordare è più semplice: la posizione della lingua fa parte di un insieme di abitudini e funzioni che meritano di essere osservate nel loro complesso, soprattutto quando si accompagnano a difficoltà respiratorie o a un sonno poco tranquillo.

Quando l’equilibrio cambia: le possibili cause

Se la lingua rimane spesso in basso, non è utile pensare subito a una “cattiva abitudine” del bambino. In alcuni casi questa posizione rappresenta un adattamento: il bambino organizza i movimenti della bocca in base agli spazi disponibili, alla facilità con cui respira o alle abitudini che ha acquisito

Per comprendere il problema, quindi, bisogna cercare ciò che rende difficile mantenere una posizione diversa. Le cause possono riguardare la struttura della bocca oppure fattori esterni e comportamenti ripetuti nel tempo. Più elementi possono essere presenti contemporaneamente.

Un frenulo che limita i movimenti della lingua

Il frenulo linguale è la piega di tessuto che collega la parte inferiore della lingua al pavimento della bocca. Quando limita realmente i movimenti della lingua, si parla di anchiloglossia.

Non basta, però, guardarlo e stabilire che è corto o molto visibile. La domanda più importante è: permette alla lingua di muoversi in modo adeguato alle esigenze del bambino?

Gli studi anatomici di Mills e collaboratori (2019) hanno contribuito a descrivere il frenulo come una struttura più complessa di una semplice “cordicina”. È una piega di tessuto che va considerata nel rapporto con le strutture vicine e con il movimento della lingua.

Per questo la valutazione non dovrebbe basarsi soltanto sull’aspetto. Deve prendere in esame la capacità della lingua di sollevarsi, spostarsi e svolgere le sue funzioni, osservando, secondo l’età, anche l’allattamento e la deglutizione.

Se i movimenti sono molto limitati, la lingua può avere difficoltà a raggiungere il palato e rimanere più facilmente in basso. Il significato di questa limitazione e l’eventuale necessità di intervenire richiedono una valutazione professionale: frenuli dall’aspetto simile possono avere effetti diversi.

La respirazione attraverso la bocca

Un altro elemento importante è il modo in cui il bambino respira. Se il passaggio dell’aria attraverso il naso è difficoltoso, il bambino può iniziare a respirare con la bocca, oppure alternare le due modalità.

Tra le condizioni da considerare ci sono l’aumento di volume di adenoidi e tonsille e le riniti allergiche. In queste situazioni, tenere la bocca aperta può essere una risposta alla difficoltà respiratoria, non un comportamento che il bambino sceglie.

Quando la bocca rimane aperta, anche la mandibola e la lingua possono assumere una posizione diversa. La lingua tende più facilmente a stare in basso e l’equilibrio tra respirazione, masticazione e crescita delle strutture del viso può modificarsi.

Gli studi richiamati nell’articolo, tra cui Marcus e collaboratori (2012), Villa e collaboratori (2013) e Ikenaga e collaboratori (2013), affrontano diversi aspetti delle difficoltà respiratorie e dei loro rapporti con le funzioni orali.

Il punto essenziale per i genitori è questo: prima di chiedere al bambino di chiudere la bocca o cambiare posizione della lingua, occorre capire se riesce a respirare bene attraverso il naso.

Le abitudini di suzione mantenute a lungo

Anche alcune abitudini della bocca possono influire sull’equilibrio muscolare e sulla posizione dei denti quando si prolungano nel tempo. È il caso della suzione del dito, dell’uso prolungato del ciuccio o della tettarella del biberon.

Il loro significato va comunque valutato considerando quanto spesso si presentano, per quanto tempo durante la giornata e con quale intensità.

Le possibili modifiche della chiusura dei denti vengono indicate con termini che possono sembrare complessi, ma descrivono situazioni abbastanza concrete:

  • Morso aperto anteriore: quando il bambino chiude la bocca, i denti davanti non si incontrano e rimane uno spazio.
  • Morso incrociato posteriore: alcuni denti superiori chiudono all’interno di quelli inferiori, anziché nella posizione attesa.
  • Aumento dell’overjet: i denti anteriori superiori risultano più avanzati rispetto a quelli inferiori.

Il lavoro richiamato di Levrini (2020) sottolinea l’importanza di riconoscere le abitudini che possono interferire con lo sviluppo della bocca. L’obiettivo non è colpevolizzare il bambino o i genitori, ma individuare un percorso adatto per accompagnare il cambiamento.

Lingua, respirazione e attenzione: come si collegano

Lingua, respirazione e attenzione: come si collegano 

Nel mio lavoro clinico, un passaggio importante è stato comprendere che imparare a usare la bocca in modo diverso non richiede soltanto muscoli capaci di compiere un movimento. Richiede anche attenzione, memoria e capacità di modificare un’abitudine.

Queste capacità fanno parte delle cosiddette “funzioni esecutive”. Il nome è tecnico, ma riguarda attività molto quotidiane: ricordare una consegna, concentrarsi su ciò che si sta facendo, fermare una risposta automatica, provare una strategia diversa e organizzare una sequenza di azioni.

Anche un percorso dedicato alla posizione della lingua e alla deglutizione può coinvolgere queste abilità. Il bambino deve accorgersi di quello che fa, comprendere una proposta, sperimentare un movimento e, gradualmente, usarlo senza doverci pensare ogni volta.

Il rapporto con la respirazione va però spiegato distinguendo due aspetti.

Da una parte, eventuali disturbi respiratori durante il sonno possono interferire con il riposo e con il funzionamento del bambino durante il giorno. Dall’altra, le sue capacità di attenzione e apprendimento possono influenzare il modo in cui partecipa a un percorso di cambiamento delle abitudini orali.

Uno schema per comprendere il collegamento

Difficoltà respiratorie durante il sonno possono portare ad un sonno interrotto o poco ristoratore con conseguenti possibili difficoltà di attenzione, memoria e regolazione del comportamento. Nel percorso di trattamento è importante promuovere l’attenzione, la memoria e la capacità a cambiare abitudine per un apprendimento di nuovi movimenti della bocca ed un uso progressivamente più spontaneo delle abilità apprese. Questo schema non significa che ogni bambino che respira con la bocca abbia difficoltà cognitive, né che una posizione bassa della lingua determini da sola un problema di attenzione.

Quando il sonno non permette di riposare bene

Nei bambini con disturbi respiratori del sonno possono verificarsi episodi in cui il passaggio dell’aria si riduce o si interrompe. Quando sono presenti apnee ostruttive del sonno, indicate anche con la sigla OSAS, il riposo può frammentarsi e l’ossigenazione può risentirne.

Il bambino non sempre appare semplicemente assonnato il giorno dopo. In alcuni casi può mostrarsi irritabile, molto attivo, meno concentrato o più in difficoltà nel ricordare e seguire le consegne.

La meta-analisi di Sedky, Bennett e Carvalho, citata nell’articolo, prende in esame il rapporto tra disturbi respiratori del sonno e sintomi di disattenzione e iperattività. La somiglianza di alcuni comportamenti non permette, però, di confondere le due condizioni o di formulare una diagnosi osservando soltanto il comportamento.

Per questo, quando sono presenti difficoltà di attenzione, è utile considerare il bambino nel suo insieme, senza trascurare il modo in cui dorme e respira.

Quando cambiare un’abitudine richiede più sostegno

Per imparare una nuova posizione della lingua non basta sentirsi dire: “Mettila qui”. Il bambino deve riconoscere la posizione, ricordarla e riuscire a ritrovarla in momenti diversi.

Se fa fatica a mantenere l’attenzione o a ricordare una consegna, può aver bisogno di proposte più brevi, più concrete e ripetute con gradualità. Se trova difficile cambiare una routine, può richiedere più tempo per familiarizzare con un nuovo modo di usare la bocca.

Queste difficoltà non vanno interpretate automaticamente come mancanza di volontà. Il percorso deve adattarsi alle capacità del bambino, non chiedere a tutti lo stesso livello di controllo.


Di seguito i collegamenti descritti nell’articolo in esempi comprensibili. Non è uno strumento diagnostico e non indica che ciascun segnale abbia una sola causa.

Fermare una risposta abituale: Può essere difficile interrompere la suzione del dito o del ciuccio oppure modificare l’abitudine di tenere la bocca aperta, dopo aver valutato le possibili cause respiratorie.

Ricordare e usare una consegna: Il bambino può fare fatica a ricordare la posizione proposta per la lingua o la sequenza di un’attività dedicata alla deglutizione.

Adattarsi a una novità: Può aver bisogno di più tempo per accettare nuovi movimenti o consistenze alimentari diverse, considerando anche eventuali difficoltà sensoriali e motorie. 

Mantenere l’attenzione su un’attività: Durante il pasto o gli esercizi può perdere facilmente il filo dell’attività. Una masticazione poco organizzata, il cibo trattenuto nelle guance o la perdita di saliva richiedono comunque una valutazione specifica.

Dalla bocca alla postura del corpo: un equilibrio da osservare

La lingua lavora insieme alle labbra, alle guance e alla mandibola. Quando la sua posizione abituale cambia, può cambiare anche il modo in cui queste strutture si bilanciano.

Durante la crescita, il palato e le arcate dentali risentono delle forze esercitate dai muscoli della bocca. La lingua agisce dall’interno, mentre labbra e guance esercitano pressioni dall’esterno. Se questo equilibrio si modifica, possono essere presenti o svilupparsi differenze nella forma del palato e nella posizione dei denti.

Un palato stretto e alto viene spesso definito “ogivale”. È un termine che descrive la sua forma, ma non spiega da solo perché si sia sviluppato in quel modo. La posizione della lingua va considerata insieme alla respirazione, alle abitudini orali e agli altri aspetti della crescita.

Anche la chiusura dei denti può presentare alterazioni, come il morso aperto anteriore o il morso incrociato posteriore. Lingua e denti si influenzano nel loro funzionamento: la lingua può adattarsi agli spazi disponibili e, allo stesso tempo, le pressioni ripetute possono contribuire a mantenere uno squilibrio.

Durante la deglutizione, per esempio, la lingua può spingere in avanti o inserirsi tra i denti, invece di organizzare il movimento verso il palato. Per comprendere questa situazione non basta guardare un singolo gesto: bisogna osservare la bocca a riposo e durante diverse attività.

I collegamenti con testa e collo

La lingua è collegata, attraverso muscoli e altre strutture, alla mandibola e all’osso ioide, un piccolo osso situato nella parte anteriore del collo. Questi collegamenti partecipano ai movimenti della deglutizione e all’organizzazione delle strutture vicine.

Per questo, in una valutazione complessiva, può essere utile osservare anche la posizione della testa e del collo. In alcuni bambini con difficoltà respiratorie si possono notare adattamenti, come la tendenza a portare il capo in avanti o a tenerlo più esteso.

Frequentemente si notano alterazioni dell’assetto della colonna vertebrale e della postura più in generale. È però importante non trasformare questi collegamenti in un “effetto domino” inevitabile: una lingua bassa non permette, da sola, di prevedere o spiegare una scoliosi.

Per i genitori, il messaggio è che bocca, respirazione e postura possono essere osservate insieme, senza attribuire automaticamente ogni difficoltà del corpo alla lingua. Quando emergono più segnali, il confronto tra professionisti aiuta a distinguere ciò che è collegato da ciò che richiede una valutazione separata.

I segnali quotidiani: che cosa possono notare i genitori

Lo “squilibrio muscolare oro-facciale”, abbreviato in SMOF, riguarda un funzionamento non armonico dei muscoli della bocca e del viso. Può coinvolgere la posizione della lingua, la chiusura delle labbra, la masticazione e la deglutizione.

Per riconoscerlo non basta misurare come chiudono i denti. Occorre osservare il bambino mentre riposa, mangia, parla e respira. I genitori possono offrire informazioni preziose proprio perché lo vedono nelle situazioni di tutti i giorni.

Questa osservazione non deve diventare un controllo continuo. Serve a raccogliere elementi da riferire ai professionisti, evitando di interpretare come pigrizia o distrazione ciò che potrebbe avere altre spiegazioni.

Tra i principali segnali:

La bocca rimane spesso aperta

Il bambino tiene abitualmente le labbra separate quando guarda la televisione, ascolta una storia o svolge un’attività tranquilla.

Il termine tecnico è “incompetenza labiale a riposo”: significa che le labbra non si chiudono spontaneamente e senza sforzo. Prima di considerarlo un comportamento da correggere, va compreso il motivo, soprattutto rispetto alla respirazione nasale.

Le labbra e le guance sembrano poco attive

Durante la valutazione, il professionista può rilevare una ridotta attività o un diverso sviluppo dei muscoli della bocca e del viso. Il termine “ipotrofia” descrive un ridotto sviluppo muscolare.

Per i genitori non è necessario riconoscere questo aspetto da soli. È più utile riferire eventuali difficoltà concrete: fatica a chiudere le labbra, perdita di saliva o poca efficacia nel gestire il cibo.

Alcune caratteristiche del viso e del mento

L’osservazione di un insieme di caratteristiche talvolta indicato come “facies adenoidea”: viso allungato, bocca aperta, narici strette e presenza di occhiaie. Questi aspetti non sono sufficienti, da soli, a identificare un problema di adenoidi o una difficoltà respiratoria.

Si può osservare anche uno sforzo evidente per chiudere le labbra. In alcuni bambini il mento assume un aspetto increspato, simile a una “buccia d’arancia”, soprattutto durante la deglutizione. È un segnale da descrivere al professionista, non una diagnosi.

La testa è spesso portata indietro

Il bambino, specie di notte, può mantenere il capo più esteso, cioè leggermente inclinato all’indietro. Questo atteggiamento va considerato insieme alla respirazione e agli altri aspetti della postura, senza attribuirgli un significato unico.

Sono presenti segnali di rinite

Naso frequentemente chiuso, starnuti e altri disturbi nasali possono accompagnare una rinite allergica e rendere più difficile respirare attraverso il naso. Anche in questo caso è importante distinguere una situazione temporanea da un’abitudine persistente.

Alcuni suoni sono pronunciati con la lingua tra i denti

Il bambino può portare la lingua in avanti o lateralmente quando pronuncia suoni che richiedono un controllo preciso della sua punta, come la “s”, la “z” e alcuni suoni simili.

Il logopedista valuta questi aspetti considerando l’età, lo sviluppo del linguaggio e il funzionamento generale della bocca. Non ogni imprecisione nella pronuncia indica uno squilibrio muscolare.

La masticazione è poco organizzata

Il bambino può masticare in modo molto rapido o incompleto, fare fatica con alcune consistenze oppure trattenere il cibo nelle guance. Talvolta il pasto richiede molto sostegno anche perché l’attenzione si sposta continuamente.

Questi segnali possono avere spiegazioni diverse. Osservarli insieme aiuta a capire se sia opportuno approfondire la coordinazione dei movimenti della bocca, la gestione delle consistenze o altri aspetti del pasto.

Nessuno degli elementi elencati, preso isolatamente, conferma la presenza di SMOF. Sono informazioni utili per una valutazione, soprattutto quando persistono o si presentano insieme.

Il lavoro di squadra e l’intervento precoce secondo il modello MIR©

Quando sono presenti difficoltà nelle funzioni della bocca, il bambino non va considerato come un insieme di movimenti da correggere. È una persona in crescita, con capacità, tempi e bisogni propri.

Il percorso deve quindi avere obiettivi chiari, ma anche un modo di lavorare comprensibile e rispettoso. Per essere utile nella vita quotidiana, un cambiamento deve diventare sostenibile per il bambino e per la famiglia.

La collaborazione tra pediatra, ortodontista e logopedista permette di osservare aspetti diversi dello stesso problema. Quando necessario, il coinvolgimento di altri professionisti, per esempio per approfondire una difficoltà respiratoria, completa la valutazione.

Il pediatra considera la salute e lo sviluppo generale. L’ortodontista valuta la crescita delle arcate e la chiusura dei denti. Il logopedista osserva come la bocca funziona durante il riposo, la masticazione, la deglutizione e la produzione dei suoni. Il confronto serve a definire le priorità e a evitare interventi scollegati tra loro.

Osservare presto, intervenire al momento adatto

L’attenzione alle funzioni della bocca può iniziare fin dai primi mesi di vita. Tra la nascita e i tre mesi, in particolare, l’osservazione dell’allattamento può contribuire a riconoscere difficoltà che meritano sostegno, comprese eventuali limitazioni dei movimenti della lingua.

Questo non significa che ogni bambino debba iniziare un trattamento. Osservazione, valutazione e terapia sono momenti diversi: il percorso dipende dalla difficoltà presente e dal suo effetto sul funzionamento.

Esiste un momento cruciale che è l’età prescolare, tra i tre e i sei anni, in cui assistiamo ad una fase importante sia per lo sviluppo delle funzioni esecutive che per la crescita cranio-facciale. In questi anni è possibile proporre attività adatte allo sviluppo del bambino e accompagnare il cambiamento di alcune abitudini mentre le strutture della bocca sono ancora in crescita.

L’età, però, non è l’unico criterio. Contano anche la possibilità di respirare bene attraverso il naso, le capacità di comprensione e partecipazione, la situazione della bocca e il sostegno che la famiglia può offrire.

L’obiettivo dell’intervento intercettivo è riconoscere e affrontare le difficoltà prima che si consolidino, senza creare allarme e senza chiedere al bambino prestazioni per cui non è ancora pronto.

Il contributo del modello MIR©

Il modello MIR nasce dall’esigenza di affiancare al lavoro sui muscoli della bocca un’attenzione ai processi con cui il bambino impara.

Non si limita, quindi, a proporre esercizi per rinforzare o muovere la lingua e le labbra. Considera anche la capacità di prestare attenzione, ricordare un’esperienza, riconoscere una sensazione e usare ciò che si è appreso in una situazione diversa.

Sono i principi dell’apprendimento motorio: imparare un movimento non significa soltanto riuscire a eseguirlo una volta, ma renderlo progressivamente più preciso, spontaneo e utilizzabile nella vita quotidiana.

Nel percorso, il bambino viene aiutato a conoscere la propria bocca. Può imparare a riconoscere dove si trova la lingua, come si muovono le labbra e quali sensazioni accompagnano una determinata attività. Questa consapevolezza corporea viene chiamata “propriocezione”.

L’attenzione e la memoria sostengono il passaggio successivo: ricordare ciò che è stato sperimentato e ritrovarlo in altri momenti, senza dipendere sempre dall’indicazione dell’adulto.

Il ruolo dei genitori

Il modello prevede la possibilità di lavorare già in età prescolare, a partire dai tre anni, coinvolgendo i genitori come parte attiva del percorso.

Il logopedista guida le attività e sostiene la famiglia nel comprendere gli obiettivi. Il genitore non deve diventare un terapeuta né controllare continuamente la bocca del bambino: il suo ruolo è accompagnarlo, con modalità concordate e compatibili con la vita di tutti i giorni.

L’espressione “Terapia Miofunzionale Mediata” dal genitore, indica proprio questo coinvolgimento. Le esperienze proposte durante gli incontri trovano continuità a casa, attraverso occasioni guidate e adatte alle capacità del bambino.

Anche l’educazione orale responsiva può essere spiegata in modo semplice: significa accompagnare le competenze della bocca ascoltando i segnali del bambino, le sue difficoltà e i suoi tempi, invece di basarsi soltanto sulla richiesta di eseguire correttamente un compito.

Il percorso procede per gradi. All’inizio il bambino scopre e prova un movimento; poi impara a riconoscerlo e a ripeterlo; infine cerca di usarlo in modo sempre più spontaneo nelle attività quotidiane.

La meta non è ottenere una posizione corretta soltanto durante un esercizio. È favorire un funzionamento più equilibrato della bocca, all’interno di un percorso condiviso che tenga insieme respirazione, crescita, apprendimento e benessere del bambino.

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